Archivi del mese: febbraio 2011

In piazza per le donne? No

In piazza per le donne all’iniziativa “Se non ora quando” non ci sono andata. Né fisicamente né con la mente. Amo le donne. Per semplificare posso anche definirmi femminista. Alcuni anni fa, credo almeno 5 o 6, ho partecipato ad una manifestazione femminista a Milano. Fu bellissimo. L’atmosfera era impagabile. Io adoro le situazioni di massa. E’ come una festa. C’è euforia, un’aria di sbornia. Gli slogan, i canti, l’eccitazione. E’ come fare all’amore. Ma dura poco. Ne vale la pena, ma ha poco a che fare con l’azione politica. Anche perché ho scoperto in fretta che c’era il trucco: moltissime donne erano lì più in rappresentanza politica (perché di sinistra e antiberlusconiane) che non perché appassionate di libertà femminile. C’erano due note stonate: troppe bandiere e pulmann della cgil e una totale assenza di donne straniere, extracomunitarie, velate o non. Non filippine, né ucraine ne africane. Eppure Milano  ne è piena. Insomma, si capiva. Era la solita manifestazione borghese conformista per mettersi in pace la coscienza.

So che qualcuno, anche molte mie amiche donne, leggendo queste righe proveranno disappunto. Però chi mi conosce sa che non ho mai amato le grandi correnti…

Riguardo al femminismo, mi piacerebbe citare un passaggio del romanzo di Mario Vargas Llosa, i Quaderni di don Rigoberto, che casualmente mi è finito oggi sotto gli occhi.E’ la lettera di Rigoberto a una femminista, dove il protagonista spiega perché distinguere tra maschio e femmina è sbagliato da un punto di vista culturale, ma anche biologico. E come ciò che conta è solo l’individuo. E’ un inno alla libertà personale. E mi è piaciuto molto. Buona lettura!

Il titolo del paragrafo, pagina70 edizioni einaudi, è la ribellione dei clitoridi.

“Credo di capire signora, che la corrente femminista da lei rappresentata ha dichiarato la guerra dei sessi e che la filosofia del suo movimento si basa sulla convinzione che il clitoride è moralmente, fisicamente, culturalmente, ed eroticamente superiore al pene, e che le ovaie sono di più nobile lignaggio rispetto ai testicoli. Posso concederle che le sue tesi sono sostenibili. Non ho intenzione di contrapporre la benché minima obiezione. Le mie simpatie per il femminismo sono profonde, seppure subordinate al mio amore per la libertà individuale e per i diritti umani,  e ciò le circoscrive entro certi limiti che devo precisare affinché quanto le dirò più avanti abbia un senso. Generalizzando e per comininciare dalla cosa più ovvia, affermerò che sono a favore dell’eliminazione di ogni ostacolo legale a che la donna abbia accesso alle stesse responsabilità dell’uomo e a favore della battaglia intellettuale e morale contro i pregiudizi su cui si fonda la riduzione dei diritti delle donne, all’interno dei quali, mi affretto ad aggiungere, il più importante mi sembra allo stesso modo di quanto riguarda gli uomini, non il diritto al lavoro, all’istruzione, alla sanità eccetera, ma il diritto al piacere, punto su cui, ne sono certo, viene fuori il nostro primo disaccordo. Ma quello principale, e temo, irreversibile, quello che apre un insormontabile abisso tra lei e me, consiste nel fatto che dal mio punto di vista il femminismo è una categoria concettuale collettivista, vale a dire un sofisma, poiché si propone di racchiudere in un concetto generico omogeneo una basta collettività di individualità eterogenee, in cui differenze e disparità sono importanti almeno quanto il comune denominatore clitorideo e ovarico. Intendo dire che essere fornito di fallo o clitoride mi sembra meno importante che differenziare un essere da un altro essere che tutto il resto degli attributi (vizi, virtù, difetti) specifici di ogni individuo. Dimenticarlo ha fatto si che le ideologie creassero forme di oppressione egualizzatrice generalmente peggiori dei dispotismi contro cui si proponeva di ribellarsi. (…) Per fortuna ho anche la scienza dalla mia parte. Potrà verificarlo dando uno sguardo, per esempio, ai lavori della prof di Genetica e Anne Fausto-Sterling, che da diversi anni si sgola per dimostrare che i sessi umani non sono i due che ci hanno fatto credere ma almeno 5 o forse più. (…) La divisione manichea dell’umanità tra uomini e donne è un’illusione collettivista, intessuta di congiure contro la sovranità individuale, e quindi contro la libertà, e una falsità scientifica esaltata dal tradizionale impegno degli Stati, delle religioni, dei sistemi legali di mantenere in vita quel metodo dualista, contro una Natura che lo smentisce a ogni passo.

La fantasia della liberrima mitologia ellenica lo sapeva molto bene quando ha brevettato quella creatura mista di Hermes e di Afrodite, l’Ermafrodito adolescente, che innamoratosi di una ninfa, fuse il proprio corpo con quello di lei, diventando da allora uomo-donna, donna-uomo. L’importante è sapere che quesrta non è mitologia, ma realtà. Perché prima e dopo l’Ermafrodita greco, sono  nati quegli esseri intermedi condannati dalla stupidità, dall’ignoranza, dal pregiudizio e dai pregiudizi a vivere sotto mascheramento o qualora scoperti a essere bruciati, impiccati, esorcizzati come creature del demonio. In epoca moderna a essere normalizzati sin dalla culla mediante la chirurgia e la manipolazione genetica di una scienza al servizio di quella fallace nomenclatura che accetta solo maschile e femminile e getta fuori della normalità, negli inferi della mostruosità, quei delicati eroi  intersessuali, dotati di testicoli e di ovaie, di clitoridi  come peni o di peni come clitoridi, di uretre e di vagine e che a volte emettono spermatozoi e allo stesso tempo hanno le mestruazioni. Per sua informazione , il dottor John Money della John Hopkins University, ritiene che gli intersessuali siano il 4% degli ominidi che nascono.

Riassumendo, le dirò che ogni movimento che si proponga di oltrepassare la lotta per la sovranità individuale, anteponendole gli interessi di un collettivo – classe, razza, genere, nazione, sesso, etnia, chiesa, vizio, professione – mi sembra una congiura per imbrigliare ulteriormente la maltrattata libertà umana. Quella libertà raggiunge il suo senso pieno solo nella sfera dell’individuo.

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Va bene Confucio, ma l’individuo?

Ho detto che sarei tornata sull’articolo choc della mamma cinese. L’avete letto? Io me lo sono riletto. E non riesco a venirne a capo.

Con un bambino di quasi due anni (li compirà ad aprile), nel pieno della sua lotta interiore tra rendersi indipendente e rimanermi attaccato, faccio fatica a immaginare l’uso di tanta severità nell’educazione. Con lui, la severità, non paga mai. O quasi. Del resto la mamma cinese dice che un certo tipo di educazione e di regole si cominciano a dare dai due anni in poi. Insomma, nel caso mio e di A. è ancora presto…

Però se penso alla sorellona, quindi a un figlio sui sei-sette-otto anni, allora la filosofia educativa di cui la professoressa cinese si rende testimone mi costringe a interrogarmi. E’ giusto vietare televisione, giochi al computer, giochi a casa degli amici, gite scolastiche in cui si rimanga fuori a dormire e recite scolastiche? è possibile costringere un bambino di 5 anni a studiare 3 ore al giorno pianoforte o violino (altro strumento non è dato)? è giusto insegnare ai figli che l’unico voto possibile è il voto più alto che esiste (10, ottimo o A)? Ha senso credere che i figli devono tutto ai genitori e che l’unico loro compito sia obbedire e renderli orgogliosi con i loro successi? Giusto se sei genitore…ma se sei figlio? Mi/ci piacerebbe?

CONFESSO: alcuni tratti di questa filosofia confuciana dell’allevare i figli mi seducono. Forse perché anche io, a modo mio, sono confuciana. Confuciana occidentale, ovvero luterana. Ne ho piene le tasche della mammosità italiana, dell’immagine della mamma chiocchia, cui tutti rimproverano il fallimento e la decadenza dei giovani d’oggi e di ieri. Sono sempre attratta dai modi diversi di essere mamma che si raccontano o si vedono in Paesi diversi dal nostro. Ma senza mitizzare la mamma svedese lavoratrice indipendente o quella francese mamma e donna manager perfetta. E’ difficile trovare un modello che funziona, e soprattutto applicarlo e osservarne i risultati sperati. A volte i genitori sono “cinesi”, ma i figli possono risultare degli sfiduciati cronici. La certezza con cui l’autrice del saggio afferma che i figli di madri cinesi sono destinati ad avere successo mi lascia perplessa.

Quello che mi piace è il concetto che per divertirsi in una cosa, che sia la matematica, il rugby o la chitarra elettrica, solo destreggiando lo strumento alla perfezione ci si può davvero divertire. E questa  è la cosa più difficile e più importante da passare a un figlio, credo. E indubbiamente, solo la disciplina e la severità possono far raggiungere certi livelli.

In conclusione: sarei contenta di frequentare uno stage su “come educare i figli” tenuto dalla signora cinese autrice del saggio. Mi piacerebbe confrontarmi con qualcuno che il metodo lo segue e lo pratica tutti i giorni. Credo che un pizzico di filosofia occidentale, però, andrebbe mischiato alla ricetta confuciana su come educare i figli al meglio.

Tutto sommato, l’idea che ognuno di noi abbia delle inclinazioni personali da assecondare, mi pare meno bislacca di quanto i cinesi temano.

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